Baff Beer: dalla prima “cotta” adolescenziale per una “bionda” ad amore fatale per tutta la vita!

Dalla primordiale curiosità affiorata inconscia tra le aule delle facoltà di Nanobiotecnologie e Biotecnologie mediche dell’università di Lecce, mondata al setaccio da una fervida smania di conoscenza, germoglia nel 2009 la prima entusiastica passione per il vasto mondo della birra artigianale del giovanissimo Massimiliano Fioretti, oggi eclettico, creativo ed audace mastro birraio del Birrificio Artigianale della Famiglia Fioretti, “maltato” nell’acronimo BAAF. Gusti unici, dal carattere intenso e l’aroma fresco e persistente: le birre Baff, non filtrate, né pastorizzate e fermentate con lieviti stabili e controllati, denotano alta qualità già dal primo sorso, senza dare alla testa o gonfiare allo stomaco.

di Debora Sergio

 

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Interamente gestito a conduzione famigliare, nel 2017 il marchio Baff Beer radica il suo stabilimento di produzione nella periferia del centro storico leccese, in un antico forno cittadino, perla dell'architettura barocca erede di una storia millenaria, portando nell’auge dello scenario artigianale locale le sue miscele d’ispirazione anglo-americana tramutate in creazioni innovative ma al contempo dall’impronta tradizionale. Sono trascorsi ormai 10 anni dall’acquisto del primo kit per fare la birra, dalle prime prove e sorsi tra amici e parenti in tavernetta, dalla continua (in)formazione, le costanti ricerche, gli innumerevoli assaggi delle diverse tipologie di birra e gli affannosi approfondimenti degli studi, in particolare nell’ambito microbiologico con metodo scientifico, legati all’immenso scenario “birroso”, ma per il lungimirante e pioniere di casata Massimiliano Fioretti l’amore per le “bionde” e le genuine radici natali è ancora la stessa. Col tempo la sperimentazione delle materie prime per ricette sempre più originali ma autoctone, l’esplorare diversi gusti e raffinarne sempre più la qualità, testare nuovi ingredienti ed essenze legate al territorio salentino ed affinare assiduamente il processo produttivo, esalano oggi in nuova linfa di profumi e sapori esclusivi, reinterpretati in chiave moderna e per tutti i palati, designando l’officina Baff Beer come una tra le realtà più vivaci in ordine all’esperienza del movimento birrario artigianale indipendente riconosciuta dall’associazione di settore Unionbirrai.

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Il risultato, a braccetto con l’esperienza ventennale nel settore del visual e del merchandising dello zio Piero Fioretti, valore aggiunto dell’azienda in termini di valorizzazione nell’ambito della ristorazione, del turismo e del tempo libero: uno spumeggiante e fragrante bouquet di birre artigianali di altissima qualità dalle fragranze uniche e gli aromi memorabili; la più grande aspirazione: offrire un prodotto gradito ai giovani, versatile ed alternativo, produrre bottiglie di birra raffinata da far annoverare anche nelle carte dei migliori ristoranti, raggiungere il grande pubblico con un prodotto genuino ma competitivo.
Per questo, mantenendo intatte tutte le caratteristiche specifiche originarie, ma reinterpretando con sorprendenti contaminazioni i diversi stili birrari internazionali, il microbirrificio artigianale leccese Baff Beer seleziona con minuziosa ed attenta cura ogni singola materia prima impiegata, preferendo malti e luppoli tra le migliori produzioni mondiali, (Scozia, America, Australia, Germania) nel rispetto dei relativi stili e parametri (ipa, blonde ale, new ingland ale strong, porter).

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Il laboratorio artigianale Baff “spilla” principalmente moderne tipologie di birra con spezie e aromi nuovi e freschi, agrumati e vellutati, sentori speziati e tostati in un escalation emozionale di gusto talmente eccellente da poterle assaporare anche a temperatura ambiente e, su suggerimento dell’esperto Mastro Massimiliano, entro i 6 mesi dall’imbottigliamento per degustarne appieno il gusto deciso in uscita dal birrificio. Ognuna con la sua storia, la sua identità, la sua individuale etichetta, richiamante ora leggende lontane, famose scuole di magia ora film capolavori e splendenti costellazioni, personalizzata dal tratto deciso e caratterizzante di due abili penne salentine, una fumettista ed una tatuatrice, ogni Baff Beer è senza dubbio sinonimo di unicità, per le speciali, esclusive e meritevoli “ricette” orgogliosamente Made in Salento.

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ORION BLONDE ALE : bionda chiara classica dal gusto principalmente maltato e piacevolmente secco che si combina al sapore fruttato e floreale del luppolo e del lievito, basso tenore di amaro e grado alcolico, adatta a qualsiasi tipo di pasto;
LA MENELLA : new england ipa o juice ipa, dal colore dorato opalescente, profumata d’arancia, pompelmo e frutti tropicali, intenso aroma e sapore di luppolo, molto dissetante, ottima d’estate in abbinamento col pesce;
MAKO’ : indian pale ale, dal colore dorato e l’essenza di frutta candita e mango, è poco invadente all’olfatto ma conserva un carattere fermo e più corposo, il gusto è tondo, quasi pastoso, perfetta con formaggi stagionati, fritti e carni rosse;
VERITA SERUM : strong ale, colore rosso intenso, erbacea e terrosa ma dal gusto maltato di ispirazione scozzese cromato da note di caramello e crosta di pane casereccio abbrustolito, ideale con salumi e formaggi, pizza, pollame e selvaggina;
ZAFF : bionda leggera, colore giallo ed aroma intenso zafferano, per i palati più audaci cui piace osare e scoprire gusti insoliti, un esperimento nato dalla scoperta di coltivazioni di zafferano nell’agro di Trepuzzi;
BLACK BEARD : porter, scura, colore marrone intenso con riflessi rossi, poco carbonata, dalla schiuma color cappuccino e il sapore fondente cioccolatoso con un leggero sentore di affumicatura e il richiamo ai chicchi intatti di caffè d’orzo, si abbina a fritture di pesce, arrosti e piatti barbecue, a dessert e biscotti al cacao.

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Prossima scommessa in cantiere, sempre nell’ottica dell’unicità, per il mastro birraio Massimiliano Fioretti, nuovamente indice di territorialità, una terza driver in stile belga, più alcolica, al miele, naturalmente salentino, prodotto dal fratello apicoltore. Al contempo, per promuovere la cultura birraria sull’intero territorio, il microbirrificio Baff promuove inoltre una serie di iniziative volte all’avvicinamento di neofiti o all’approfondimento di già abituè del settore, alternando corsi di degustazione, partecipazione a fiere ed eventi culturali che legano tra loro i tanti appassionati birrofili della penisola Salentina.

Birrificio Baff Via Giuseppe Casciaro, 6 Lecce
Info : 392 673 3757   
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Agriturismo Spirdo: un’oasi di pace nell’entroterra salentino che resta nel cuore!

Lungo l’eremo solitario della collina della Serra, nell’agro di Ruffano, in cima al suggestivo sentiero che conduce al santuario rurale dedicato alla Madonna, l’agriturismo oasi di pace Spirdo cinge di serena armonia il respiro dello spirito, nell’assoluto relax. E’ in questo luogo dell’anima, dove il verde della natura si impone, che affiora il posto ideale, piuttosto incline alla meditazione, per allontanarsi dalla monotona routine o dalla frenesia quotidiana, per perdersi totalmente nel tempo e nello spazio, per ritrovarsi nell’io più profondo e dare vita ad una rinascita interiore che resta nel cuore.

di Debora Sergio

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A circa 170 metri sopra il livello del mare, in una dimensione a sé, incantata, a metà tra lo Ionio e l’Adriatico, vicino ai borghi più affascinanti, l’azienda agricola Spirdo, con i suoi oltre 540 ulivi secolari e 13 ettari di terreno, fa da ammiraglio, ad est, ad orientali albe e ad ovest, ad emozionanti tramonti.
Già solo arrivarci è tutta un’apoteosi gloriosa: lo stupendo percorso naturalistico verso il promontorio, con le sue tortuose stradine, abbraccia vigorose pinete e boschi con incredibili figure antropomorfe accarezzate da spontanei ginepro rosso, mirto e rosmarino; gli assolati villaggi di pagghiare su manti di terra rossa sono cinti da antichi muretti a secco trapunti dal muschio. Intorno, mansueta fauna selvatica di volpi e tassi vaga innocua; mentre scanzonati stornelli di falchi pellegrini si intrecciano coi singhiozzi del fruscio dell’aria nelle foglie: ecco subito svelato quel luogo dolce, accogliente e famigliare che è l’agriturismo Spirdo, nome originario del posto dalle diverse note evocative, mantenuto dai proprietari per il loro “paradiso”.

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Dopo anni e anni di lavoro amministrativo e finanziario nel cuore della modaiola e mitteleuropea Milano, nel 2003, Enrico Gussoni (“l’Enri”) e Maria Luisa Giorgetti (“Lolò’”) decidono con grande coraggio di voltare pagina, cambiare completamente vita, per radicarsi così nell’allora ancora sconosciuto Salento. Qui, dopo un’accurata progettazione nel completo rispetto della bioedilizia, realizzano il loro sogno: un agriturismo dove accogliere gli ospiti e produrre un “olio buono” come quello di una volta, secondo i migliori criteri di agricoltura biologica, frutto della molitura a freddo di olive Ogliarola, bacchiate a non completa maturazione delle drupe per conservarne più a lungo le proprietà organolettiche.

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Condotto come una vera missione da “Lolò”, donna eccezionale sempre piena di nuove idee, dall’indole colma di grande passione, amore e grinta, umiltà, generosità e disponibilità per il prossimo e soprattutto una vocazione sacra per l’accoglienza, l’agriturismo Spirdo dispone di 12 posti letto in camere climatizzate curate in ogni dettaglio in stile mediterraneo, arredate con gusto semplice ma raffinato design, pregne di cura per l’estetica e l’armonia delle forme.

Per info : Maria Luisa Giorgetti - 3332555459 | 0833691506 

www.spirdo.it | Icona bottone Facebook

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Spirdo loda poi i meravigliosi frutti della terra salentina nella luminosa cucina a vista del ristorante che propone specialità salentine nel segno della vera tradizione gastronomica del territorio con cene a tema legate alla stagionalità e la freschezza delle materie prime (verdure, ortaggi e grani) coltivate nei campi della tenuta. Una piscina realizzata secondo le tecniche di fitodepurazione con angolo solarium e un bersò con divanetti in giunco dove potersi rilassare dedicandosi alla lettura, strizzano l’occhio alla bella pagghiara, sul cui tetto, di giorno, si possono ammirare viste mozzafiato sulle campagne circostanti fino agli splendidi orizzonti greci ed albanesi; di notte, spente le soffuse luci della cena, come per magia vi si accendono quelle delle stelle.

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Oltre a donare la vera essenza di un soggiorno indimenticabile, anche con diversi itinerari green, (passeggiate nei boschi, escursioni in campagna, percorsi cicloturistici) l’agriturismo Spirdo è un luogo pieno di sana energia capace di definire sempre più la propria identità durante l’intero arco dell’anno, nutrendo una particolare attenzione verso la natura con interessanti e suggestivi momenti di approfondimento sulla conoscenza del territorio come conferenze, presentazioni di libri, workshop, corsi di erboristeria, colorazione naturale, ceramica, yoga e tanti altri imperdibili eventi culturali.

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Pasqua nel Salento: per i salentini la Settimana Santa resta ancora uno dei periodi più sentiti dell’anno.

Terra ricca di riti e tradizioni per antonomasia, il Salento celebra ancora oggi la Settimana Santa con suggestive funzioni religiose ed emozionanti rappresentazioni folcloristiche, rievocando in maniera assoluta e “fedele” quella che fu la Passione e la Resurrezione di Cristo. Vissuto come uno dei periodi più sentiti dell’anno, oltre a mantenere viva la grande devozione ecclesiastica, attraverso Processioni, Via Crucis e Sepolcri, e popolare con personaggi specifici del territorio, i salentini non discendono naturalmente dall’osservare il proprio credo con digiuni e pietanze “volute” in tavola dalle memorie gastronomiche di un tempo, mantenendo così ben salde anche le sue radici culinarie antichissime.

di Debora Sergio

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Ogni cittadina del Salento rievoca fedelmente quella che fu la Settimana Santa della Passione e la Resurrezione di Cristo con grande passione e sentimento di venerazione e preghiera: le solenni Processioni del Venerdì Santo del Gesù morto accompagnato dall’uscita della Madonna dell’Addolorata e la via Crucis, il consacrato lavaggio dei piedi ed i “praticatissimi” Sepolcri (ri)vivono nel Salento in maniera molto sentita donando ancor più fascino e richiamo a quelle peculiarità specifiche locali che ne fanno una terra ricca di “cerimoniali” storici e culturali.
I festeggiamenti fulcro della ritualità e testimonianza di quell’adorazione religiosa insita nei salentini hanno inizio la Domenica delle Palme. Secondo il Vangelo, il trionfale ingresso di Gesù a Gerusalemme venne accolto con un gioioso sventolio di ramoscelli di ulivo e di palma. Da qui, la tramandata celebrazione religiosa con la benedizione dei rametti durante la messa che sostituiranno quelli dell’anno precedente fino all’anno successivo per assicurarsi la “protezione” del Signore per l’intero arco temporale. 

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Aldilà dall’essere credenti o meno, trovarsi nel Salento a Pasqua è comunque assistere ad un vero spettacolo a dir poco empatico, unico ed affascinante che culmina nella sua più insigne apoteosi il Giovedì Santo: l’annunciazione delle messe che segnano l’inizio del Triduo pasquale avviene col suono, spesso accompagnato da un corno, delle “trenule” o “trozzule”, strumenti antichissimi usati dai primi cristiani per chiamarsi a raccolta nei luoghi di preghiera. Il ricordo di Gesù Crocefisso nelle chiese salentine si compie attraverso la lavanda dei piedi, la santa messa e la consacrazione solenne da parte dei vescovi degli olii santi. E dopo la rievocazione dell’ultima cena, ha inizio la veglia per venerare il sepolcro vuoto del Signore. Le strade si inondano di fedeli, i portali delle varie cattedrali si spalancano: è giunta l’ora dei Sepolcri (sebburchi). Ogni altare è diverso dall’altro, è decorato solitamente con corone di fiori, ceri e candele, sudari, croci lignee e drappi rossi porpora, spighe di grano bianco. Magicamente, il Giovedì Santo, un pò come il miracolo della Resurrezione di Cristo, l’atmosfera si fa suggestiva: ecco un Salento “raccolto” si, ma in festa. I fedeli si avvicendano devotamente per visitarli, secondo antiche leggende in numero dispari, mentre nell’aria intorno, nei vicoli, nei negozi di dolciumi e le pasticcerie, nei panifici, ma anche nelle case salentine si respirano i profumi dell’arte gastronomica tipica locale legata ai digiuni pasquali ed ai diversi e gustosi piatti dai sapori genuini e unici della tradizione, semplici ed essenziali perché segni della più autentica riverenza popolare ligia e partecipe. 

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Siamo al Venerdì Santo, il giorno della Via Crucis, la dolorosa ascesa di Gesù sul monte Golgota dove fu crocefisso, un cammino “divino” che in 14 stazioni conduce fino alla sua deposizione nel sepolcro. Momento interpretato ancora oggi in alcuni paesi come Gallipoli, Maglie e Galatina dalle massaie, soprattutto le più anziane, vestendosi di nero in segno di lutto. Nella 15° la Resurrezione di Cristo e la sua contemplazione.
È Domenica e in tempi non molto lontani si aspettava la funzione religiosa della resurrezione per far benedire anche le puddhriche (dal latino Polluceo “pane che si offre”) o cuddhure (dal greco Kollura “pane pasquale”), tipici pani pasquali con uova sode (sempre di numero disparo) dalle origini contadine e dalle particolarissime e più svariate forme (ciambelle tonde come la sfera dell’ostensorio per simboleggiare il cerchio del tempo che si rinnova; panieri; bamboline con un solo uovo in segno di fertilità; stelle; campane; cuori o galletti con eccezionalmente due uova metafora di virilità). Preparate per il Sabato Santo per festeggiare la rinascita di Cristo e per annunciare la fine del digiuno di 40 giorni da carni, uova e formaggi, venivano regalate solitamente dalle giovani donne ai fidanzati il giorno della Resurrezione.
Oggi, nei bar e nelle caffetterie si possono trovare perlopiù fatte con pan brioche.

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Sempre tanti anni fa, in vista del ricco Pranzo di Pasqua, i macellai del posto riaprivano le loro botteghe con pregiate carni d’agnellino (pecureddrhu) e capretto da latte e da allevamenti paesani locali, per essere cotti sui carboni oppure in casseruola con funghi e patate o lampascioni oppure, in caso di ristrettezze economiche, per la preparazione delle capuzzeddhre al forno o di ‘mboti e turcinieddhri con le interiora insaporite con sale, pepe e prezzemolo fresco.
“Ricalcato” con deliziosissima e piacevolissima granellosa pasta di mandorle o pasta reale, tra i dolci più rappresentativi ed emblematici delle festività pasquali, l’agnello farcito con la crema faldacchiera o cotognata leccese ed amaretti sbriciolati ed imbevuti di liquore, chiamato una volta “tuce te li signori” (dolce dei signori) per la sua prelibatezza e per il costo oneroso. E, proprio perché nella simbologia cristiana rappresenta il sacrificio di Cristo, l’agnello di pasta di mandorle è il dolce con le radici religiose più profonde, tant’è che anche le suore di clausura del monastero benedettino di san Giovanni Evangelista di Lecce lo producono e confezionano almeno dalla fine dell’Ottocento.
Ancora tra i dolci immancabili: i quaresimali, biscotti speciali fatti con mandorle, zucchero, farina e uova, ottimi da accompagnare con un buon vino moscato ed i mustazzoli, così detti perché preparati un tempo con il mosto cotto. 

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Di respiro e produzione (inter)nazionale, l’uovo di cioccolato, anticamente simbolo di fecondità da cui inizia la vita e la colomba artigianale, in rievocazione dell’allegorico uccello della pace.
Oltre a rappresentare un affascinante e gioioso salto indietro nel tempo, tra racconti storici e pittoreschi, festeggiare la Pasqua nel Salento segna, col giorno di Pasquetta, il tanto atteso preludio annuale alla bella stagione. Spesso in concomitanza con l’arrivo della primavera e quindi la rinascita della natura, la sua nuova esplosione di colori e le giornate assolate, è il Lunedì dell’angelo. Tipica giornata della gita fuori porta, i salentini si organizzano in gruppi di famiglie ed amici andando così alla volta di parchi naturali, pinete attrezzate, distese di verdi campagne e litorali costieri per condividere insieme l’allegra scampagnata tra pic-nic e giochi all’aria aperta. Il giorno dopo, il martedì, dall’originaria visita di una volta alla chiesa della Madonna di Loreto (d’Aurio) nel podere di Surbo, ecco la pasquetta dei leccesi: “lu riu”. Stesse regole, stesse usanze e chissà forse anche il primo bagno al mare.

Foto dal web 

 

Monteruga, Un Borgo Fantasma. Qui è dove il tempo si è fermato.

di Luca Liaci

 

 

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Tra gli sconfinati agrumeti vegliesi si nasconde un piccolo tesoro, quasi del tutto dimenticato: Monteruga.
“Comunità agricola” è il termine più congruo da attribuire a questo piccolo borgo conteso tra San Pancrazio e Veglie.
La maggior parte dei salentini nati negli ultimi trent’anni non ha mai sentito parlare di questo posto, nel quale il tempo si è improvvisamente fermato e gli alberi di agrumi hanno inghiottito qualsiasi traccia per giungervi.
Solo da qualche anno è riapparsa sui satelliti, grazie ad una comunità agricola sorta proprio alle sue spalle.
Per raggiungere questa cittadina sarà dunque necessario avventurarsi tramite alcuni sentieri di campagna.

 

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La popolazione di Monteruga era composta al cento per cento da contadini, i quali avevano i propri alloggi e vivevano esclusivamente di agricoltura.
La cittadina si estendeva attorno a una grande piazza, ghermita di addobbi e palme secolari, le quali corrispondevano quasi geometricamente alle dimore degli abitanti. Proprio a ridosso della piazza, da punto di intersezione fungeva la chiesa di Sant’Antonio, nella quale venivano celebrate le messe e altri riti cattolici.
Il borgo salentino venne abbandonato alla fine degli anni settanta a causa del cambiamento dei mercati e del boom economico, il quale influenzò la domanda da parte delle industrie, abissando il paesino nel silenzio per oltre quarant’anni. All’interno delle case permangono (quasi intatti) molti oggetti della vita quotidiana, tra cui materassi, sedie e addirittura calendari. Il nome della comunità era esposto sopra un arco, sicuramente l’ingresso principale accanto al quale è ancora visibile una vecchia pompa di benzina sepolta e consumata dagli anni.

 

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A causa del suo isolamento, Monteruga conservava un intreccio perfetto tra cultura e tradizioni salentine, mischiando le strutture in pietra leccese al folklore tipicamente meridionale, al duro lavoro e alla dedizione che era all’ordine del giorno.
Un posto che indubbiamente oggi appare fatalmente anacronistico ma che, attraverso un’acuta vista, conserva ancora le voci e le presenze di chi al suo interno ci ha passato un’intera vita.

 

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foto dal Web 

 

Tavole di San Giuseppe con Ciceri e Tria e Zeppole: nel Salento si rinnova l'antica tradizione legata al più grande Padre di tutti i tempi.

Nel giorno della festa del papà, si rinnova come ogni anno nel Salento l’antichissimo e tradizionale cerimoniale in onore di San Giuseppe. Imbandite con i piatti più antichi e “poveri” della memoria tipica gastronomica salentina, tra cui gli ormai popolari ciceri e tria, Le Tavole di San Giuseppe rappresentano ancora oggi una sacra rappresentazione di devozione ed onere nei confronti del più grande Padre che la Chiesa veneri. Anche nel Salento, i dolci classici per eccellenza legati alla festa in suo onore, usate un tempo come ultima pietanza delle Tavole, sono le zeppole, fritte oppure al forno.

di Debora Sergio

 

Sebbene sempre più rara ormai, l’antica usanza delle Tavole di San Giuseppe si rinnova come ogni anno nel Salento, in occasione della Festa dedicata al più grande Padre che la Chiesa veneri. Simbolo arcaico del folclore tipico della cultura religiosa e gastronomica salentina, il tradizionale cerimoniale in onore di San Giuseppe si attestata ancora oggi per lo più nei comuni di Giurdignano, Poggiardo, Uggiano la Chiesa, Cocumola, San Cassiano, Minervino di Lecce, Casamassella ed Otranto.
"Patronate" da un’effige di San Giuseppe o della Santa Famiglia e imbandite con i piatti più antichi e “poveri” della memoria tipica gastronomica salentina, ben 169, ovvero 13 pietanze per 13 Santi, Le Tavole di San Giuseppe, cotte o crude, rappresentano ancora oggi, grazie al loro rito collettivo, una sacra rappresentazione di devozione ed onere di tutta la comunità popolare verso il Santo che, dopo la benedizione, guiderà il rito conviviale battendo tre volte la forchetta sul bordo del suo piatto, ad ogni pietanza, fino ad arrivare a quella conclusiva onorata dalla comunità ospitante con un solenne momento di preghiera come vera forma di ringraziamento e benedizione.

 

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Tra i piatti preparati per onorare “Le Taule” di San Giuseppe, oltre ai classici pacino casereccio, pucce, lampascioni, simbolo dell'arrivo della primavera e dell'abbandono dell'inverno, pesce fritto a rappresentare il Cristo, fave e cicorie, rape ‘nfucate, il cavolfiore per rimembrare il bastone fiorito appartenente a San Giuseppe, il baccalà, maccaruni cu lu mele simbolo dei panni che avvolsero il Bambino Gesù, pittule, finocchi, arance, vino, naturalmente anche gli ormai popolari ciceri e tria.
Chiamata ancora la “massa e ciciri” in alcune zone del Salento che contribuiscono a tener tuttora viva quest’antica usanza, la tradizionale pietanza a base di pasta fatta in casa, in parte bollita e in parte fritta in olio evo, i frizzuli, condita con i ceci quasi stufati, viene preparata secondo l’originario rito, ovvero recitando il rosario in onore del Santo: al tempo di 10 Ave Maria si faceva riposare nei consueti recipienti in terracotta, i Limmi; cuocere al tempo di un Pater Noster. Le sue origini si possono trovare negli scritti del poeta latino Orazio che decantava nelle sue lodi una minestra composta da ceci, porro e lasagne. Fu in seguito che nel Salento questo tipo di pasta si diffuse con il nome di "Tria" dalla parola araba "itriyah" (pasta secca) o per l’appunto "Massa di San Giuseppe" perché, preparata proprio per la Festa del Papà, rappresentava il piatto principale delle "Tavole di San Giuseppe".
Piatto conclusivo utilizzate come dolce delle Tavole le zeppole, ultima pietanza della sacra rappresentazione di devozione ed onere nei confronti del più grande Padre che la Chiesa veneri.
Dolci classici per eccellenza legati alla festa del papà, le zeppole, oggi vengono riproposte sia fritte che al forno. Ma secondo voci popolari, quelle vere salentine, preparate con acqua, strutto, sale, farina, limone grattugiato e uova; decorate con crema pasticcera e al cioccolato; nelle varianti più moderne, farcite all’interno anche con crema chantilly, vengono fritte nella volgarmente localmente detta “sugna”, ovvero lo strutto.

 

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 Foto dal Web